domenica 1 maggio 2016

La maternità surrogata è da considerarsi una pratica giusta o ingiusta?

La maternità surrogata è ormai al centro della cronaca e il dibattito è ancora acceso, filosofi contemporanei, scrittori esternano il loro pensiero al riguardo.
Lo scrittore Aldo Busi scrive nel Corriere che le madri surrogate sono paragonabili a “donne degradate a bestie e produttrici di placente”; la scrittrice Susanna Tamaro, sempre nel Corriere, afferma che “lo sfruttamento del corpo di un altro essere umano per i propri fini rientra nella categoria dello schiavismo”. Il professore di filosofia Adriano Pessina la definisce come “un pericoloso ritorno ai tempi della schiavitù”. L'articolo 3 della carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea stabilisce il divieto di fare del corpo umano e delle sue parti una fonte di lucro, nonostante che questo rientri nei diritti fondamentali ci sono diversi paesi che hanno creato cliniche specializzate (basti pensare alla clinica BioTexcom a Kiev) e sono nate anche vere e proprie agenzie che fanno di questa pratica un vero e proprio business.
E' importante soffermarci su ciò che sostiene il filosofo Diego Fusano che scrive nel Il fatto quotidiano che la maternità surrogata è “l'apice del classicismo, perché permette a chi è danaroso di affittare l'utero di donne proletarie e disoccupate, libere astrattamente di farlo e molte realmente costrette a farlo dalla loro condizione economica”.
Dunque questa pratica si riduce ad uno scambio di merci non paragonabili come se i figli potessero avere un valore in moneta e quindi la maternità surrogata non può essere considerato uno scambio paritario tra “acquirente e venditore”. Ma soprattutto le donne che si riducono ad affittare il proprio utero sono veramente libere di prendere razionalmente una decisione in questione?
In questa situazione si vengono ad affermare due parti che presentano differenze socio-economiche e culturali. Da una parte trionfa l'egoismo della coppia etero o omosessuale che vuole in tutti i modi raggiungere il proprio scopo attraverso un contratto; dall'altra parte c'è la fazione più debole che è costretta a subire tutto ciò (come dice il professor Adriano Pessina). Questo si riconduce a ciò che affermava Hobbes: l'uomo nello stato di natura si presenta egoista e aggressivo.
Tutto questo però contraddice le tesi sviluppate dal filosofo Rawls. Questi infatti affermava che entrambe le parti devono essere coscienti di ciò che stanno attuando e inoltre tra le due vi deve essere un rapporto di parità; tutto questo non avviene se si considera la pratica dell'utero in affitto perché, per quanto già affermato ripetutamente, la donna che è spesso costretta a decidere è in disparità economica rispetto alla coppia .
Entrambe le parti, sempre secondo Rawls, devono trarre beneficio. Anche se una parte avesse ottenuto beneficio maggiore rispetto all'altra (in questo caso la coppia che “compra” il figlio) questo non è da considerarsi ingiusto se e soltanto se la situazione della persona meno fortunata migliori e vi deve essere dunque un contratto preciso che tuteli soprattutto la parte più debole; però spesso accade che la madre rivendichi il figlio (questo dimostra il fatto che un figlio e l'affetto non può essere venduto e soprattutto che la decisione non è stata presa secondo criteri razionali).
Bentham invece affermava che un'azione conforme al principio di utilità deve di conseguenza recare il raggiungimento della felicità, ma la madre che ha affittato il proprio utero non può considerarsi felice nel momento in cui rivendica il bambino nato.
Tutti questi ragionamenti prenderebbero una prospettiva diversa se le persone si offrissero di aiutare amici o parenti a realizzare il loro sogno genitoriale. Questo infatti sarebbe conforme al principio di utilità idealizzato da Bentham, entrambe le parti raggiungerebbero come scopo finale la felicità.
In base a quanto considerato possiamo affermare che non esiste equità tra i due contraenti e che questo atto si riduce al mero raggiungimento dei propri interessi e che non sempre comporta il raggiungimento della felicità dalla parte in svantaggio se chiaramente la madre surrogata è costretta a causa delle sue condizioni economiche. Se invece la donna in questione decide spontaneamente di aiutare una coppia, allora la pratica è da considerarsi giusta in quanto tende al raggiungimento della felicità.
   
                                                                                                                 Giulia Borracchini

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