La maternità surrogata è
da considerarsi una pratica giusta o ingiusta?
La maternità surrogata è
ormai al centro della cronaca e il dibattito è ancora acceso,
filosofi contemporanei, scrittori esternano il loro pensiero al
riguardo.
Lo scrittore Aldo Busi
scrive nel Corriere che le madri surrogate sono paragonabili a “donne
degradate a bestie e produttrici di placente”; la scrittrice
Susanna Tamaro, sempre nel Corriere, afferma che “lo sfruttamento
del corpo di un altro essere umano per i propri fini rientra nella
categoria dello schiavismo”. Il professore di filosofia Adriano
Pessina la definisce come “un pericoloso ritorno ai tempi della
schiavitù”. L'articolo 3 della carta dei diritti fondamentali
dell'Unione Europea stabilisce il divieto di fare del corpo umano e
delle sue parti una fonte di lucro, nonostante che questo rientri nei
diritti fondamentali ci sono diversi paesi che hanno creato cliniche
specializzate (basti pensare alla clinica BioTexcom a Kiev) e sono
nate anche vere e proprie agenzie che fanno di questa pratica un vero
e proprio business.
E' importante soffermarci
su ciò che sostiene il filosofo Diego Fusano che scrive nel Il fatto
quotidiano che la maternità surrogata è “l'apice del classicismo,
perché permette a chi è danaroso di affittare l'utero di donne
proletarie e disoccupate, libere astrattamente di farlo e molte
realmente costrette a farlo dalla loro condizione economica”.
Dunque questa pratica si
riduce ad uno scambio di merci non paragonabili come se i figli
potessero avere un valore in moneta e quindi la maternità surrogata
non può essere considerato uno scambio paritario tra “acquirente e
venditore”. Ma soprattutto le donne che si riducono ad affittare il
proprio utero sono veramente libere di prendere razionalmente una
decisione in questione?
In questa situazione si
vengono ad affermare due parti che presentano differenze
socio-economiche e culturali. Da una parte trionfa l'egoismo della
coppia etero o omosessuale che vuole in tutti i modi raggiungere il
proprio scopo attraverso un contratto; dall'altra parte c'è la
fazione più debole che è costretta a subire tutto ciò (come dice
il professor Adriano Pessina). Questo si riconduce a ciò che
affermava Hobbes: l'uomo nello stato di natura si presenta egoista e
aggressivo.
Tutto questo però
contraddice le tesi sviluppate dal filosofo Rawls. Questi infatti
affermava che entrambe le parti devono essere coscienti di ciò che
stanno attuando e inoltre tra le due vi deve essere un rapporto di
parità; tutto questo non avviene se si considera la pratica
dell'utero in affitto perché, per quanto già affermato
ripetutamente, la donna che è spesso costretta a decidere è in
disparità economica rispetto alla coppia .
Entrambe le parti, sempre
secondo Rawls, devono trarre beneficio. Anche se una parte avesse
ottenuto beneficio maggiore rispetto all'altra (in questo caso la
coppia che “compra” il figlio) questo non è da considerarsi
ingiusto se e soltanto se la situazione della persona meno fortunata
migliori e vi deve essere dunque un contratto preciso che tuteli
soprattutto la parte più debole; però spesso accade che la madre
rivendichi il figlio (questo dimostra il fatto che un figlio e
l'affetto non può essere venduto e soprattutto che la decisione non
è stata presa secondo criteri razionali).
Bentham invece affermava
che un'azione conforme al principio di utilità deve di conseguenza
recare il raggiungimento della felicità, ma la madre che ha
affittato il proprio utero non può considerarsi felice nel momento
in cui rivendica il bambino nato.
Tutti questi ragionamenti
prenderebbero una prospettiva diversa se le persone si offrissero di
aiutare amici o parenti a realizzare il loro sogno genitoriale.
Questo infatti sarebbe conforme al principio di utilità idealizzato
da Bentham, entrambe le parti raggiungerebbero come scopo finale la
felicità.
In base a quanto
considerato possiamo affermare che non esiste equità tra i due
contraenti e che questo atto si riduce al mero raggiungimento dei
propri interessi e che non sempre comporta il raggiungimento della
felicità dalla parte in svantaggio se chiaramente la madre surrogata
è costretta a causa delle sue condizioni economiche. Se invece la
donna in questione decide spontaneamente di aiutare una coppia, allora
la pratica è da considerarsi giusta in quanto tende al
raggiungimento della felicità.
Giulia Borracchini
Nessun commento:
Posta un commento