domenica 29 maggio 2016

MATERNITA’ SURROGATA: GIUSTA O SBAGLIATA?
Per maternità surrogata o più comunemente chiamata ‘utero in affitto’, si intende quella pratica di offrire il proprio piccolo dietro compenso a una coppia sterile, ma se sia lecita o no questa pratica, ancora oggi se ne discute e sono molte le persone, come filosofi, politici, ricercatori che espongono il loro pensiero che può  essere solo di  due tipi: quelli contro e quelli a favore.
-Analizziamo quelli contro.
Essi  pensano che tale pratica mercifichi non solo il corpo della donna, ma anche il piccolo, che verrà allontanato dalla madre naturale per stare con una famiglia a lui estranea di sangue.Non solo, bisogna scavare più a fondo nella questione, sul perché queste coppie vogliano a tutti i costi avere un figlio, beh, la maggior parte di loro vuole sentirsi ‘realizzato’ , adeguandosi  inoltre alla massa che ha figli.Se la mettiamo in questo modo, la coppia sterile lo fa solo per soddisfare i suoi bisogni, sentendosi egoista nel possedere con forza qualcosa che concretamente non avrebbe e questo si ricollega al pensiero di Hobbes, che ha definito l’uomo al suo stato naturale come egoista,crudele e quasi simile alle bestie.
Un altro filosofo che parla questo argomento è Marx,dichiarando che tale pratica mercificherebbe tutte le cose  e ciò andrebbe a svantaggio della dignità umana.A questo punto, a chi creerebbe benefici  questa pratica se porterebbe a vendere tutto ciò che è possibile? Al mercato ovviamente.
Ciò non porterebbe poi alla diminuzione sui diritti alla vita, alla libertà e agli averi , tanto annunciati con Locke? Basti pensare alla condizione del bambino, lui non ha libertà di scelta poiché non decide con chi voler stare, ma tutto viene già concordato da un patto prestabilito in cui entrambi  hanno un vantaggio,gli uni  con il bambino,l’altra con i soldi.C’è inoltre il discorso sulla vita, che si ricollega a quello della libertà, poiché te imponi le tue scelte sulla vita di una persona, che sarà pertanto segnata dalle tue decisioni e infine gli averi, perché come è semplice pensare, rinunci a un tuo ‘avere’.
Precedentemente si parlava di un patto, perché  tra questa cerchia  di persone deve esserci un accordo scritto e non solo orale, in cui la madre acconsente di  vendere il proprio figlio, si crea quindi un patto che secondo Grozio deve essere per forza rispettato e mantenuto.Ma che fare quindi se una  donna decide dopo un tot di anni che ha dato via il figlio di riprenderselo,o di trovarsi in quella assurda condizione  dove la coppia decide di non volere più il figlio e la madre, per vari motivi, rifiuta di tenerselo? Nella prima questione,ormai la madre non  può più fare niente,poiché ciò che è stato deciso,rimane tale,nella seconda invece,come è già successo,il bambino viene mandato in orfanotrofio dove potrà essere adottato e dove mancherà di tutti quei diritti precedentemente espressi.
Ci si trova quindi di fronte a un progresso della civiltà o solo a un peggioramento?
-Analizziamo quelli favorevoli
C’è poi chi invece è a favore della legalizzazione della maternità, vedendola senza dubbio come progresso della civiltà, poiché consentirebbe a tutti di poter avere ciò che credono sia necessario avere e ciò porterebbe lo Stato a un livello superiore di giustizia.
Come dice Aristotele sulla giustizia, essa deve aumentare il piacere e diminuire il dolore e certo, la madre biologica potrebbe star male sulla perdita del figlio, ma ne traerebbe un vantaggio, che sono i soldi che la coppia è disposta a dare per il bimbo.
Con la legalizzazione poi si pensa che si raggiunga tutti gli stessi diritti, ognuno uguale all’altro, senza più distinzioni tra persona e persona e ciò non si ricollega forse al pensiero di Platone,che voleva creare uno Stato dove, abolendo la famiglia nucleare,  si creerebbe una sorta di famiglia universale.
Questi pensieri possono essere accettati entrambi, andando a ricercare i motivi e il perché di tale pratica.


Potrebbe essere utile per aiutare le persone ad avere ciò che prima non potevano avere e quindi ciò sarebbe conforme al principio di utilità di Bentham, poiché come fine ultimo c’è la felicità, ma se così non fosse, dobbiamo rivedere e stare nuovamente a pensare a come potremmo risolvere questa faccenda. 
                                                                                                                 -Benedetta Bertozzi.

domenica 1 maggio 2016

La maternità surrogata è da considerarsi una pratica giusta o ingiusta?

La maternità surrogata è ormai al centro della cronaca e il dibattito è ancora acceso, filosofi contemporanei, scrittori esternano il loro pensiero al riguardo.
Lo scrittore Aldo Busi scrive nel Corriere che le madri surrogate sono paragonabili a “donne degradate a bestie e produttrici di placente”; la scrittrice Susanna Tamaro, sempre nel Corriere, afferma che “lo sfruttamento del corpo di un altro essere umano per i propri fini rientra nella categoria dello schiavismo”. Il professore di filosofia Adriano Pessina la definisce come “un pericoloso ritorno ai tempi della schiavitù”. L'articolo 3 della carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea stabilisce il divieto di fare del corpo umano e delle sue parti una fonte di lucro, nonostante che questo rientri nei diritti fondamentali ci sono diversi paesi che hanno creato cliniche specializzate (basti pensare alla clinica BioTexcom a Kiev) e sono nate anche vere e proprie agenzie che fanno di questa pratica un vero e proprio business.
E' importante soffermarci su ciò che sostiene il filosofo Diego Fusano che scrive nel Il fatto quotidiano che la maternità surrogata è “l'apice del classicismo, perché permette a chi è danaroso di affittare l'utero di donne proletarie e disoccupate, libere astrattamente di farlo e molte realmente costrette a farlo dalla loro condizione economica”.
Dunque questa pratica si riduce ad uno scambio di merci non paragonabili come se i figli potessero avere un valore in moneta e quindi la maternità surrogata non può essere considerato uno scambio paritario tra “acquirente e venditore”. Ma soprattutto le donne che si riducono ad affittare il proprio utero sono veramente libere di prendere razionalmente una decisione in questione?
In questa situazione si vengono ad affermare due parti che presentano differenze socio-economiche e culturali. Da una parte trionfa l'egoismo della coppia etero o omosessuale che vuole in tutti i modi raggiungere il proprio scopo attraverso un contratto; dall'altra parte c'è la fazione più debole che è costretta a subire tutto ciò (come dice il professor Adriano Pessina). Questo si riconduce a ciò che affermava Hobbes: l'uomo nello stato di natura si presenta egoista e aggressivo.
Tutto questo però contraddice le tesi sviluppate dal filosofo Rawls. Questi infatti affermava che entrambe le parti devono essere coscienti di ciò che stanno attuando e inoltre tra le due vi deve essere un rapporto di parità; tutto questo non avviene se si considera la pratica dell'utero in affitto perché, per quanto già affermato ripetutamente, la donna che è spesso costretta a decidere è in disparità economica rispetto alla coppia .
Entrambe le parti, sempre secondo Rawls, devono trarre beneficio. Anche se una parte avesse ottenuto beneficio maggiore rispetto all'altra (in questo caso la coppia che “compra” il figlio) questo non è da considerarsi ingiusto se e soltanto se la situazione della persona meno fortunata migliori e vi deve essere dunque un contratto preciso che tuteli soprattutto la parte più debole; però spesso accade che la madre rivendichi il figlio (questo dimostra il fatto che un figlio e l'affetto non può essere venduto e soprattutto che la decisione non è stata presa secondo criteri razionali).
Bentham invece affermava che un'azione conforme al principio di utilità deve di conseguenza recare il raggiungimento della felicità, ma la madre che ha affittato il proprio utero non può considerarsi felice nel momento in cui rivendica il bambino nato.
Tutti questi ragionamenti prenderebbero una prospettiva diversa se le persone si offrissero di aiutare amici o parenti a realizzare il loro sogno genitoriale. Questo infatti sarebbe conforme al principio di utilità idealizzato da Bentham, entrambe le parti raggiungerebbero come scopo finale la felicità.
In base a quanto considerato possiamo affermare che non esiste equità tra i due contraenti e che questo atto si riduce al mero raggiungimento dei propri interessi e che non sempre comporta il raggiungimento della felicità dalla parte in svantaggio se chiaramente la madre surrogata è costretta a causa delle sue condizioni economiche. Se invece la donna in questione decide spontaneamente di aiutare una coppia, allora la pratica è da considerarsi giusta in quanto tende al raggiungimento della felicità.
   
                                                                                                                 Giulia Borracchini

Articolo di giornale legato a quanto è successo tra Apple e FBI.



IL FANATICO GIRO DI INFORMAZIONI.
Apple ribatte;si apre un caso nazionale.

Si è sentito molto parlare in questo periodo della più famosa azienda di apparecchiature elettroniche,la Apple.
Questo perchè la Apple si è scontrata direttamente con l' FBI.
In breve,l'FBI dopo l'attentato a San Bernardino,cercava di rintracciare qualche attentatore tramite i loro telefoni dei fuggitivi,ma non riuscendo a penetrare nei sistemi di sicurezza della Apple,ha chiesto espressamente al giudice che tramite un aggiornamento IOS,gli vengano forniti questi dati così necessari e utili per la sicurezza nazionale.
Esattamente come dichiara Bentham,dove l'utilità deve essere la base di una società costruita razionalmente.
Ma sempre come dice espressamente Bentham,questa utilità deve derivare dalla somma di utilità tra tutte le persone che si trovano in questa società e che tutta questa utilità serva ad aumentare il piacere ed a diminuire il "dolore".
Ed è qui che pecca l' FBI,perchè diciamocelo,a quanti di noi andrebbe bene essere spiati,privati delle nostre informazioni,dei nostri messaggi? Non molti,se non nessuno si crede.E' proprio su questo punto che si lega l'obbiezione di Tim Cook,delegato amministrativo della Apple,che per nulla al mondo vuole fornire dati dei loro clienti alla FBI.
"E' un pericoloso precedente" afferma infatti Cook,saldo sulla sua idea e consapevole anche del fatto che fornendo questi dati l'FBI si troverebbe tra le mani un'arma devastante e che ciò potrebbe causare un eccesso di potere,usando tutte queste informazioni non per bene della società,ma a livello personale,spiando la ragazza,l'amico,il marito...
Tutto questo pensiero di Cook è dovuto al fatto che egli crede che i servizi della FBI non siano completamente efficenti,anzi, in alcuni casi, addirittura incapaci di svolgere il loro lavoro.
Ecco quindi che ci troverebbe davanti a una società regolata da incapaci,dove,anzi che ricercare e mantenere il piacere delle persone, pensano solo ad accrescere il loro.Ci si troverebbe in una società non gestita da esseri razionali,ma solo da animali.
Sono tante infatti le persone che la pensano come Cook e che hanno nei suoi confronti una grande stima.
Tutto questo caso però ci fa capire che la realtà nella cui viviamo deve essere migliorata poichè dei servizi che la gestiscono non sono completamente efficenti come dovrebbero.
In base a quanto considerato precedentemente si deduce che il destino si trova esattamente nelle nostre mani,poichè sta a noi,giovani,migliorare la nostra società rendendola migliore e adatta alle generazioni che verranno.

                                                                                                             Benedetta Bertozzi

lunedì 11 aprile 2016

La giustizia secondo Aristotele

  • Tesi fondamentale: la giustizia per Aristotele non è purezza,ma è una rete di rapporti che fa arrivare l'Uomo a una situazione di armonia e ordine,regolata dalle Dea Dike che fa in modo che nessuno compia un atto di prepotenza rispetto a una persona più debole.
  • Tesi conclusiva: la giustizia,se rispettata nella sua totalità di significato porta gli essere umani a viver civilmente e in armonia tra loro,lontani dall'ingiustizia e dal torto.
  • Argomentazione fondamentale: Aristotele ci fa capire che esistono vari tipi di giustizia,ovvero che oltre a considerare come giustizia generale l'insieme di virtù, ci sono anche la giustizia particolare che si crea in merito alle relazioni tra uomo e uomo,la giustizia distributiva che regola la distribuzione di beni all'interno di una comunità (es. spartizione del bottino di guerra) e infine, ci parla di giustizia regolatrice, che regola gli scambi affinchè lo scambio risulti giusto e non ingiusto facendo si che una persona si approfitti e ottenga più del dovuto. Si distingue nuovamente nella giustizia regolatrice,relazioni volontarie e altre involontarie.Per volontarie intendiamo relazioni su cui a monte c'è un contratto volontario tra due o più persone (es.salario,vendita...)che noi oggi chiameremmo diritto civile, per involontario si parla proprio dell'opposto (es.furto,assassinio) e noi oggi chiameremmo queste relazioni involontarie come diritto penale.Un esempio che ci fa Aristotele di giustizia regolatrice è il giudice.



                                                                                                     Benedetta Bertozzi 

domenica 10 aprile 2016

Giustizia secondo Rawls
  • Tesi fondamentale: I principi di giustizia devono costituire le basi della società e di tutte le forme di governo possibili, pertanto tali principi dovranno necessariamente essere pensati prima di qualsiasi altro principio regolatore del vivere associato. Essi dovranno essere, quindi, frutto di un “accordo originario”, stabilito da persone libere e razionali in una posizione “originaria” di eguaglianza che si impegnano nella cooperazione sociale. 
  • Tesi conclusiva:  I cooperanti arriveranno ad affermare due principi fondamentali:

  1. L’uguaglianza nell’assegnazione dei diritti e dei doveri fondamentali 
  2. Le ineguaglianze economiche e sociali, come quelle della ricchezza e del potere, sono ammesse soltanto se producono benefici compensativi per ciascuno, soprattutto per la parte della società svantaggiata. 
L’accordo originario non potrà, per la natura dei cooperanti, ritenere l’utilità come uno dei principi fondamentali di giustizia.

  • Argomentazione fondamentale: Presupposto che i principi di giustizia devono essere le basi della società, rimangono i problemi di chi debba stabilire questi principi e quali siano le condizioni per garantire un’imparzialità decisionale. Secondo Rawls, per quanto riguarda il primo problema, è necessario immaginare che tutti coloro che si impegnano nella cooperazione sociale scelgano insieme e in anticipo sulle altre decisioni, con un solo atto collettivo, i principi che devono assegnare i diritti e i doveri fondamentali e determinare la divisione dei benefici sociali; decideranno una volta per tutte ciò che dovrà essere considerato giusto o ingiusto. Affinché la scelta sia assolutamente equa, sarà necessario presupporre che tutti i cooperanti partano da una posizione originaria di eguaglianza, dove nessuno conosca il proprio posto o il proprio futuro nella società (classe o status sociale) né i rapporti di forza e intelligenza tra coloro chiamati a decidere. I “contraenti” dovranno scegliere i principi di giustizia in uno stato di “ignoranza” tale da assicurare che nella scelta dei principi nessuno potrà pensare di essere avvantaggiato o svantaggiato da questi. Da qui scaturisce il concetto di giustizia come equità: se non conosco chi sono o sarò all’interno della società, dovrò cercare di stabilire regole che garantiscano necessariamente ed equamente tutti, perché potrò far parte di qualsiasi classe sociale. L’accordo originario sarà stipulato quindi nel “reciproco disinteresse”, che non è sinonimo di egoismo, ma di “indifferenza” verso gli interessi di questa o quella parte, e con “razionalità”, intendendo per essa l’uso dei mezzi più efficaci per raggiugere uno scopo. L’accordo originario non vedrà come “ingiuste” (e quindi non escluderà) la diseguaglianza nella distribuzione di ricchezze e potere: tutto ciò solamente a patto che anche la condizione delle persone meno abbienti o fortunate possa migliorare e trarre beneficio da queste diseguaglianze. Per gli stessi motivi, l’utilità non potrà essere tra i principi regolatori di una società: essa presuppone, infatti, che qualcuno debba rinunciare a benefici permanenti in funzione di un ipotetico vantaggio di altri, anche fossero maggioranza. L’utilità, infatti, avvantaggiando comunque qualcuno, sarebbe incompatibile con la concezione di cooperazione sociale tra eguali e contravverrebbe al principio di “reciprocità” fondamento di una società bene ordinata: l’unico utile possibile ed eventuale (se esistesse) dovrà essere quindi l’utile per tutti.
                                                                                      Elia Mariani, Gabriele Antola

domenica 28 febbraio 2016

Il diritto naturale sussisterebbe "anche se Dio non esistesse"

  •  Tesi fondamentale: La natura dell'uomo (ossia la ragione e la vita sociale) lo diversifica dagli altri animali che vivono secondo la ricerca del proprio utile particolare. La ragione permette all'uomo di ricercare conoscenze e principi universali, soprattutto, di capire ciò che è giusto o sbagliato e di frenare i propri istinti, dunque la ragione è usata come criterio di giudizio. Per questi motivi la ragione è posta alla base del diritto naturale da cui dipende quello positivo (identificato nelle leggi stabilite e disegnate degli uomini) per cui gli uomini nella società si impegnano a rispettare le leggi. In più il diritto naturale sarebbe valido anche se si considerasse l'ipotesi per cui Dio non esistesse in quanto la ragione è intrinseca nella natura dell'uomo e non dipende da chi l'ha creata (noi sappiamo com'è fatto l'uomo senza conoscere chi lo abbia effettivamente creato).

  • Tesi conclusiva: La giustizia non deriva dell'utilità ma viceversa. Chi ricerca il proprio utile immediato va spesso contro il principio di giustizia (in quanto è conforme alla ragione e non all'utile) e soprattutto nega l'utile perpetuo comune. Grozio afferma che obbedire alla giustizia anche in casi sconvenienti per il singolo individuo porta beneficio alla comunità intera, in più questa azione è da saggi e non da stolti a differenza di quanto detto e affermato da Carneade.

  • Argomentazione fondamentale: Grozio sostiene la sua tesi confutando quella di Carneade che affermava che l'uomo era simile a tutti gli altri animali accomunati dalla ricerca dell'utile escludendo dunque l'esistenza del diritto naturale. La giustizia perciò si riduce all'utilità in quanto gli uomini emanano le leggi solo per utilità. Carneade inoltre affermava che quando la giustizia non si identificava con l'utilità allora questa poteva essere associata alla stoltezza poiché si può definire stolto colui che appoggia l'utile altrui escludendo il proprio. Grozio confuta la tesi di Carneade affermando che la natura dell'uomo è caratterizzata dalla ragione (per questo esiste il diritto di natura),  che è criterio di giudizio.

                                                                                                               Giulia Borracchini

giovedì 25 febbraio 2016

Giustizia e sofisti

  • Tesi fondamentali:                                                                                  
  1. Gli uomini chiamano giusto ciò che è conforme alle leggi                                                   
  2. Esistono numerose varietà di leggi e costumi, a volte anche in contrasto tra di loro, che mutano in base a una determinata situazione storica, geografica e sociale               
  3. Si deve distinguere ciò che è “giusto secondo legge” (nomos) da ciò che è “giusto secondo natura” (physis): “nomos” è un prodotto dell’uomo, mentre “physis” è una conseguenza “universale” delle regole fondamentali della natura.
  • Tesi conclusiva: Non si può affermare che una cosa sia giusta perché conforme alle leggi; di quella cosa si potrà dire soltanto che sia utile per qualcuno in quel momento storico ed in quella società.
  • Argomentazione fondamentale: Non si può definire giusto in assoluto ciò che corrisponde alle leggi proprio perché non esiste una sola legge universale, innata ed immutabile eccetto quella “di natura” che, peraltro, è altro rispetto alle numerose leggi delle varie società. Le leggi sono “accessorie” e “concordate”, frutto cioè di una convenzione tra cittadini e pertanto non innate né immutabili. Tale convenzione avrà come criterio la (presunta) utilità per i cittadini in un dato contesto storico e sociale. Quelle stesse leggi non solo potranno essere cambiate o stravolte, senza particolari conseguenze, al mutare delle convenzioni e dell’utilità del momento (non avendo la caratteristica di essere immutabili ed essenziali) , ma potranno dirsi addirittura contrarie a ciò che è “giusto per natura”. Infatti se per legge è reato ingannare il prossimo e soprattutto amici e genitori, per natura questo non sempre è sbagliato: valgano gli esempi di quando con un inganno si faccia assumere una medicina ad un padre ammalato o si tenti di evitare, con qualsiasi mezzo e anche con l’inganno, che un amico si suicidi. Se ci limitassimo ad analizzare il giusto per legge non potremmo che evidenziare come non solo è impossibile assimilarlo alla categoria universale di “giustizia”, ma che, anzi, ogni azione giusta per o nei confronti di qualcuno comporta sempre anche il suo contrario, l’ingiusto per qualche altro.
      
                                                                                             

                                                                                     Elia Mariani, Gabriele Antola